La Ca' Granda

Nel 1456 Francesco Sforza volle edificare un enorme ospedale per conquistare il favore del popolo.

Si trattava di ben 43.000 metri quadrati di terreno donati per un’opera di pubblica utilità: omnia palatia nostra dal brolo al laghetto. Una decisione storica nonché una astuta mossa politica, che tuttavia dovette attendere l’autorizzazione papale per essere messa in pratica visto che sino ad allora era stata la Chiesa a occuparsi dei bisognosi con piccoli ricoveri per miserabili, vecchi e orfani allestiti presso i luoghi di culto sotto l’autorità arcivescovile.

L’Hospitale Magnum avrebbe unificato tutte le strutture preesistenti sotto un’unica direzione sanitaria, che sarebbe comunque rimasta religiosa, nonostante i laici avessero già iniziato a partecipare alle attività di caritas, spinti dalla vocazione o dalla prospettiva di ottenere la redenzione dai peccati.

Occuparsi dei malati era considerato un dovere sociale all’epoca, laddove peste, epidemie e carestie costituivano una minaccia costante. L’idea di un letto dove essere curati rappresentava quindi una specie di miraggio, figuriamoci un ospedale per i poveri. Avanguardia pura.

A tutti i pazienti con possibilità di guarigione stava per essere assicurata dignitosa assistenza, mentre i più sfortunati avrebbero continuato a esser confinati nei lazzaretti. Filarete diede inizio all’avveniristico progetto la cui costruzione proseguì per 500 anni.

Il tutto grazie a generosi finanziamenti privati, donazioni testamentarie e parte degli introiti di un giubileo istituito apposta: indulgenza plenaria a chiunque si fosse recato nella Chiesa dell’Annunciata durante il giorno della Festa del Perdono, cioè il 25 marzo degli anni dispari.

Una quadreria tuttora esistente, e composta da oltre 900 ritratti, testimonia l’intenso contributo di innumerevoli benefattori. La planimetria originale, solo in parte realizzata, invece fu impostata dall’architetto toscano sulla sacra figura del quadrato come previsto dall’impostazione classica: 10 quadrati piccoli per formare un grande rettangolo con, al centro, una chiesa. Ai due lati, una croce – simbolo della sofferenza umana – avrebbe tagliato in quattro due corpi simmetrici per formare altri 4 quadrati più piccoli sui cui 4 bracci sistemare i degenti con vista su 4 meravigliosi cortili e sull’altare posto al centro della crociera. Soffitti alti, ampie finestre, aria fresca, acqua dal Naviglio, cunicoli sotterranei dove far scorrere i liquami, lenzuola pulite, servizi ogni due pazienti, la possibilità di passeggiare sotto eleganti portici più un sepolcreto dove finire nel più triste dei casi.

Completano il disegno una farmacia, una legnaia, una ghiacciaia, una vasca per i bagni, un chiostro per le balie e altri ambienti comuni utili tra cui le stalle, le cucine e una lavanderia. Una purezza geometrica che verrà poi arricchita da altri significativi contributi: Guiniforte Solari aggiunse al secondo piano tipici decori lombardi in cotto e mattoni; Francesco Maria Richini innalzò la Chiesa della Beata Vergine e il cortile d’onore impreziosendoli con dettagli barocchi; gli artisti che lavorarono dopo il ‘700, invece, seguirono un rigoroso stile neoclassico per completare l’ala di sinistra.

Il complesso riassume il linguaggio architettonico di cinque secoli, e rappresenta un esempio di cooperazione cittadina molto avanzato, espressione di un altruismo forse dimenticato: Milan cònt el coeùr in man. Un vero spirito rotariano, ante litteram!

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